A metà ‘800 il Regno delle due Sicilie era una terra come altre con differenze di classe, analfabetismo, lotte contadine, corruzione, banditismo. Napoli, la capitale nel bene e nel male, era la terza città d’Europa per infrastrutture, innovazione tecnologica e qualità della vita. Mancava, a differenza del nord della penisola, l’emigrazione anzi, era meta di immigrazione. Chi arrivava trovava assistenza sanitaria di prim’ordine, anche gratuita, la più bassa mortalità infantile d’Italia e la più alta presenza di medici per numero di abitanti, una ricerca scientifica all’avanguardia, un’industrializzazione ben avviata in settori chiave e un grande fermento culturale. Era il primo Stato Italiano per quantità di lire-oro presente nei Banchi Nazionali e in circolazione nel Regno, con la più alta quotazione di rendita dei titoli di Stato e il minor carico tributario erariale in Europa.
Eppure nei libri di storia il Regno è descritto come una landa desolata, depressa economicamente e culturalmente. Anche Cavour al cospetto di Napoleone III dichiarò:«Il governo dei Borbone e del Papa è il peggiore al mondo e la popolazione geme, geme sotto la loro tirannia!» chiedendo il beneplacito francese per porre fine a tale ingiustizia sociale. E così dal mare arrivarono l’eroe liberatore e i suoi mille paladini, gentilmente accompagnati dalle navi da guerra dell’Impero Britannico interessato al controllo del Mediterraneo e ad eliminare la concorrenza di Napoli nel commercio internazionale.
Dalla Sicilia, con l’appoggio di nobili, picciotti e generali duosiciliani corrotti, liberarono il paese dalla tirannia borbonica. Aprirono la strada all’esercito piemontese e, insieme, liberarono il Regno anche dagli immensi tesori reali e da ogni ricchezza materiale incontrata. E poi saccheggi, stupri, violenze, esecuzioni sommarie e distruzioni autorizzate.
Alla fine della guerra di liberazione mancavano all’appello mezzo milione di persone e ancora più erano i prigionieri. Le conseguenze dell’opera di rinnovamento, così definita in parlamento a Torino, sono ben visibili ancora oggi in quella terra, ma non nei libri di storia. Negli anni a seguire iniziò il più grande esodo di massa della storia italica; forse 20 milioni di emigranti in 90 anni. E ancora oggi continua. Già allora, come oggi in tanto mondo incivile, la gente proprio non vuole saperne di democrazia, libertà, progresso e, ingrata verso chi le porta amichevolmente in dono, preferisce andarsene. A volte anche morire.

















