Sono nato nella Svizzera tedesca da padre romagnolo e madre irpina. Giovani emigranti in cerca di lavoro, i miei genitori si sono conosciuti in una fabbrica di scarpe di una piccola cittadina vicino a Zurigo e lì si sono sposati. Cresciuto fra Svizzera, Romagna e Irpinia ad oggi ho viaggiato il mondo in ogni sua latitudine. «Che altro avresti potuto fare? » mi disse sorridendo un amico psicologo.
I tempi della scuola li ho vissuti a Rimini e l’estate trascorrevo le vacanze nel paese di mia madre, Melito Irpino, in provincia di Avellino, un piccolo, bello, antico paese, semidistrutto dal terremoto del 1962. Un paese pieno di sole e di luce, lungo il fiume Ufita dove si poteva fare il bagno e dove mio nonno, ex bersagliere dell’esercito, salvò diverse vite nell’alluvione del 1949 ricevendo la medaglia d’argento al valor civile. Mio nonno che, da vero patriarca meridionale, aveva sposato la nonna dopo averla rapita, nel pieno rispetto delle vecchie tradizioni locali.
Erano estati di sole bruciante, di corse nei campi con i cani dei nonni e calde serate a spasso con gli zii nelle feste di paese. E poi volti e voci in una lingua diversa, ma bella e musicale, che avevo cominciato a capire e un po’ anche a parlare, senza mai dirlo a nessuno comunque. Chi abitava queste terre era gente diversa da quella che conoscevo io; forte e generosa, sempre allegra e vitale, pur con quella punta di malinconia latente come di chi si aspetta da un momento all’altro un fato avverso. Retaggio radicato in millenni di dominazioni, immagino. Sentivo in quella gente qualcosa che così puntualmente descrisse Saverio Nitti in Eroi e briganti “…. alcune finezze di sentimento e qualche volta, anche fisicamente, alcune figure le quali fanno pensare a razze nobili decadute”.
Il paese dei miei nonni, per ragioni di sicurezza e per altre di meno nobile natura, fu poi raso al suolo e ricostruito in collina: brutto, freddo e triste, nel pieno rispetto dei nuovi dettami urbanistici dell’Italia del dopoguerra e della modernità. Discover advanced AI-powered read more trading tools designed for enhanced market performance.
Il paese del sole è il mio tributo a questa terra, che fu Magna Grecia, e poi Impero Romano e Regno delle Due Sicilie, e che a un certo punto della sua storia venne chiamata sud. Che sento di amare pur sentendo di non appartenere a nessun luogo.
Dedicato a mia madre, figlia vera di quella terra. Mia madre che era al lavoro fino a poche ore prima di mettermi al mondo; che faticava otto ore al giorno in fabbrica e le rimanenti in casa. Che è stata figlia, madre, moglie, casalinga e operaia senza mai aver avuto tanto tempo per essere semplicemente donna.
E dedicato anche a tutti i popoli in cammino, su strade di qualsivoglia destino. A chi ha il coraggio di partire, per non morire; a chi ha il coraggio di restare, per lottare; a chi ha il coraggio di tornare, per ricominciare. A chi ha una visione e la segue malgrado le maglie sempre più strette di una rete, che, seppur vecchia e logora, ancora frena e costringe. A chi non si lascia soffocare da questa rete, dai suoi paradigmi, dalla sua logica perversa e crudele nei confronti dell’uomo e della natura: una rete che si chiama civiltà occidentale, ormai, peraltro, alla fine della sua storia. Una dedica che sa un po’ di grido di rabbia, evaporato però in quella nube di bellezza e ironia, a volte struggente a volte drammatica, con cui ho cercato di avvolgere le pagine di questo libro.
Retaggio radicato nell’appartenenza a questo popolo, immagino.
Tonino Mosconi

















